Cina: un mondo da affrontare per affrontare il nostro futuro

Entri nel metro di Pechino ed è tutto un brulicare di giovani sotto trenta anni che ti fanno respirare un’aria carica, motivata, pulita. L’aria che respiri ovunque: di entusiasmo collettivo. Frequenti i palazzi del Governo e trovi manager di grandi compagnie mondiali che tentano tutte le strade per aprirsi occasioni d’affari parlando con i Sindaci di “cittadine” di milioni di abitanti. Sono giovani del partito, questi Sindaci, che hanno studiato in una qualche Harvard e mostrano sicurezza e conoscenza. Più che altro danno un senso vero di ragionare e parlare rappresentando interessi collettivi. Ti trovi compagno di tavola un signore vicino alla sessantina che qualche anno fa accomodava motorini e ora ne produce più di tre milioni l’anno, con 13.000 dipendenti e 17 stabilimenti. Osservi i belli e immensi grattaceli di Shanghai, ormai città del mondo, alcuni dei quali non esistevano solo pochi mesi fa e ti trovi di fronte al plastico della città futura che fra qualche mese ne prevede altri insieme a nuovi centri fieristici, treni magnetici al altissima velocità, nuovi porti e aeroporti. Fanno “tenerezza”, di fronte a queste realizzazioni così importanti portate in fondo in tempi brevissimi, le nostre discussioni sulla realizzazione di infrastrutture che servirebbero “solamente” a tenerci al passo.

Avverti, percepisci, vedi una esplosione enorme. Senti di essere davvero in un posto dove si sta segnando il passaggio di un’epoca. Un’esplosione inarrestabile, che concretizza una delle più possenti crescite nella storia dell’umanità. Senti di essere in un posto, nel posto, attore di un passaggio d’epoca che trasforma consistentemente il pianeta. Certo pieno di contraddizioni: l’insopportabile insalubrità della cappa di smog sopra la testa di Chongquing e di molte altre città; quei milioni e milioni di metri cubi di cemento che crescono accanto all’inarrestabile pullulare delle gru; l’accavallarsi di persone quasi una sopra all’altra in condomini di 20, 30 piani con più di 10.000 persone; il rischio che masse così immense di persone non trovino una via rapida e non traumatica verso la democrazia. Pieno di contraddizioni. Ma il futuro pare essere tutto qui e percepisci che chi non è qui è come se fosse un pò “fuori dal mondo”. E inesorabilmente chiede conto a chi si è distratto, a chi ha creduto che milioni di persone ai limiti della sopravvivenza non avrebbero trovato la strada. E invece l’hanno trovata, sì che l’hanno trovata. Forse vale la pena accorgersene tutti. Vale la pena capire che lamentarsi di questo pericolo, creare un clima culturale di distacco, stare lontani da questo mondo, unico ad essere in enorme evoluzione, può essere una pratica assurda, anche un pò suicida. E invece bisogna andarci, conoscerlo, combattere la battaglia per affermare i nostri prodotti, i nostri servizi, la nostra esperienza nell’affrontare le grandi questioni ambientali, sociali, politiche. Non preoccuparsi se qualcuno dice che bisogna per forza essere di grandi dimensione e andare. Magari istituzioni e imprese insieme, per favorire la nascita delle relazioni, con sistemi più moderni che facciano sistema. E forse facendosi anche aiutare da quei tanti cittadini cinesi che vivono nelle nostre città partendo da una prima intelligente politica estera fatta in casa propria. Ma bisogna andare, vedere, proporsi! L’Italia ha interesse a stare appieno in una cosa di questa portata. Starci dentro, viverla, avere un ruolo. Le aziende che già lo fanno hanno i primi importanti risultati. Ma il nostro “sistema paese” nel suo insieme per ora ne ha avuto paura guidato da un governo che ha assecondato ed esaltato questa paura. Il risultato è che dei grandi paesi occidentali, l’Italia è quello con i più bassi investimenti. All’inaugurazione della Fiera di Changzhou abbiamo visto firmare in 10 minuti contratti per 230 milioni di dollari con aziende provenienti dai più importanti paesi: neanche una azienda italiana. E’ stata usata la paura come strumento di competizione commerciale, ed in effetti ha avuto un ruolo in questo senso: un ruolo fortemente negativo. E invece bisognava non avere paura, conoscere questo mondo meglio degli altri, capire che andava affrontato diversamente da come siamo abituati ad affrontare i mercati classici: non come un mercato export per i nostri prodotti, ma come un mercato che chiede investimenti, chiede partnership, chiede know-how, chiede di “fare insieme” prima che di comprare. E che poi compra. E compra molto se consideriamo che oramai milioni di persone (potremmo dire Germania, Francia e Italia messe insieme) hanno una capacità di acquisto simile a quella occidentale e sono in continua espansione. Questo pone anche molte domande alla politica, al suo ruolo di espressione di una classe dirigente di un paese come il nostro sia a livello europeo, che nazionale e locale. Davvero noi possiamo credere di poter stare lontani da un fenomeno, da fenomeni come questo (a cominciare da quello che accade in India..) per delineare le nostre scelte future? Davvero possiamo pensare di leggere le nostre scelte, quello di cui ha bisogno il paese, la Toscana, senza considerare cosa comporta per il mondo un’accelerazione poderosa ed epocale dello sviluppo in luoghi dove vivono più di due milioni e mezzo di persone? Davvero possiamo permetterci di non conoscerli, snobbarli, affrontarli lavandoci la coscienza con alcune affermazioni che riguardano i loro limiti ambientali, sociali, di democrazia e che rischiano di essere esercizi nello stesso tempo un po’ snob e un po’ pittoreschi? Oppure dobbiamo entrarci appieno, considerare la necessità che non solo il nostro sviluppo dipenderà da come stiamo in quello sviluppo, ma anche il nostro ambiente, il nostro benessere e la nostra democrazia potranno progredire in funzione di come progrediscono in questi paesi. Forse abbiamo l’obbligo di farlo, di considerare essenziale per noi e dunque per il mondo, un nostro impegno e una nostra riorganizzazione del modo di essere classe dirigente. Proporre con forza la necessità di affrontare il futuro usando la chiave delle nostre conoscenze con un metodo che sia significativo per il mutamento delle condizioni. E come occorre affrontare queste problematiche dal punto di vista del mercato in un’ottica di forte integrazione aziendale, così forse è il tempo che si capisca che lo si debba affrontare anche in un’ottica di grande aggregazione politica mettendo insieme e al lavoro le forze che sono per un mondo che sappia coniugare la capacità di stare nel dinamismo dello sviluppo e nello stesso tempo riuscire a costruire democrazia, benessere sociale, compatibilità ambientale, solidarietà, cultura. La Cina ha capito che non poteva passare a una politica diversa senza poter contare su un’economia forte e strutturata e che se lo faceva correva i rischi dell’Urss. Ma ora manca un passaggio: questa economia forte cosa aspetta a portarsi dietro una democrazia efficace? Crediamo davvero che questa sia una questione solo cinese, una domanda da farsi nei salotti occidentali, o riteniamo che è dalla misura e dal modo in cui ci potrà essere questo passaggio e da come noi contribuiamo a fare in modo che avvenga che possiamo trarre vantaggio per tutti. Vogliamo che il patrimonio, quello che sono in grado di mettere a disposizione miliardi di persone sia solo a consumo di multinazionali affamate di forza lavoro e di classi dirigenti autoritarie? O proviamo a giocarci anche lì il nostro modo di vedere il mondo, la nostra concezione di progresso e democrazia di tipo europeo e, per noi di sinistra, la nostra concezione di un futuro migliore. Forse varrebbe la pena affrontare queste problematiche, farle divenire nostro patrimonio, perderci un po’ di tempo. Forse capiremmo anche meglio quanto sia l’ora di uscire dalle nostre frammentazioni, dalle nostre discussioni infinite su cose che servivano ieri, dalla nostra necessità di ritrovare obiettivi forti, dal nostro bisogno di uscire dai provincialismi e orientare le nostre capacità in orizzonti che escono dalle nostre piccole città, dalle nostre piccole regioni e dalle nostre piccole nazioni, dal nostro “piccolo” che non è più bello. In altre epoche noi eravamo quelli che producevano ricchezze ed altri che ne consumavano. Per non trovarci a vedere un ribaltamento vale forse la pena fare alleanza con chi si è messo in grado di produrre tanta ricchezza economica e cercare di lavorare con loro sul come continuare a farlo insieme e produrre anche altre ricchezze, non solo economiche.

About Vittorio Bugli

Assessore alla Presidenza della Regione Toscana

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