Città Diffusa sui Servizi Pubblici

Estratto del numero di gennaio 2007 di "Città Diffusa" – periodico del gruppo DS del Consiglio regionale della Toscana

Editoriale di Vittorio Bugli

- <Sindaco, dalla nostra zona gli spazzini passano troppo di rado. Vedi se puoi fare qualcosa!>- Non sono passati molti anni dai tempi in cui le persone incontravano il loro Sindaco e gli dicevano frasi come questa. E il Sindaco chiamava il Presidente dell’azienda pubblica locale e faceva provvedere. Era racchiusa qui, in quegli anni, la chiave che sosteneva la buona riuscita nella gestione dei servizi pubblici acqua, gas e rifiuti e che legava democrazia, partecipazione ed interesse dei cittadini in un modello che ha molto contribuito a fare della Toscana la terra che siamo.

Molti rimpiangono ancora quel modello. Forse faremmo meglio a domandarci se fosse esistito, quel modello, se gli amministratori che lo misero in piedi avessero rimpianto quello precedente e avessero difeso la ristretta gestione comunale in tempi che già allora presentavano forti e nuove necessità: i rifiuti da smaltire (una discarica per comune??..), le aree residenziali e industriali da depurare (un depuratore per ogni quartiere e area industriale??..), il gas da distribuire con sempre maggiore diffusione.

Quegli amministratori, allora, guardarono al futuro e misero in campo la nascita e il consolidamento di aziende sovracomunali modellate in funzione della dimensione ottimale per la gestione del servizio e che via via (almeno fino a una un po’ di tempo fa) sono cresciute con esso. Un grande patrimonio che ancora oggi abbiamo e da cui dobbiamo partire, ancora tutto o a maggioranza dei cittadini e dunque da espandere e non da svendere.

Ma è con queste aziende che oggi possiamo compiere quella pratica di “governare bene” che fu portata avanti dagli amministratori di allora in una chiave nuova, oggi? E come si relaziona questo, l’interesse dei cittadini racchiuso dentro l’efficacia economica ed industriale del gestore, con il bisogno di rileggere, reinterpretare e praticare la democrazia e la partecipazione dei cittadini stessi in una chiave diversa ma sempre efficace?

L’intervento della Cispel ci illustra cosa sta succedendo nell’Occidente e in Europa. Quello della Ministro Lanzillotta pone con chiarezza e determinazione l’intenzione del Governo di andare verso l’effettiva liberalizzazione di questi servizi (con riflessi diversi per il ciclo idrico), sia per garantire il miglior interesse dei cittadini-utenti sia per attenersi alle politiche della UE, nonché per far giocare a questo settore un ruolo determinante per la ripresa economica del Paese.

Cose chiare, e se anche vogliamo essere scettici prima o poi la liberalizzazione ci sarà e con essa resteranno in campo solamente quelle strutture industriali adeguate a poter partecipare ad un sistema aperto alla concorrenza (gare o altro che sia). E certamente saranno in grado di farlo quelle aziende internazionali e nazionali che in questi anni hanno raggiunto questi livelli dimensionali e strutturali.

In Toscana non ce ne sono. Non ce ne sono perché siamo in ritardo. Il punto è questo. Se ne siamo consapevoli occorre decidere ed agire prontamente e di conseguenza.

Vogliono le aziende toscane stare da protagoniste nella partita che si è aperta da tempo e che, prima o poi, entrerà nel vivo? Vogliono starci con la forza e la rappresentanza del territorio? Allora devono recuperare il tempo perso e fare in pochi mesi quello che avevano il tempo di fare in dieci anni: mettersi insieme e guardare ai mercati!

Vogliono i loro proprietari di maggioranza continuare a stare in questo processo e guidarlo? Non farsi “colonizzare” da partner ingombranti o furbi acquirenti? Vogliono continuare ad esercitare un ruolo diretto nella conduzione del sistema delle aziende, valorizzando così il patrimonio dei loro cittadini, difendendo al massimo gli interessi della Toscana e guidando questo processo (almeno in questa fase determinante), esercitando insomma il ruolo di classe dirigente come fu trenta o quaranta anni fa per gli amministratori che costituirono questo patrimonio? Allora devono mettersi insieme e stringere alleanze!

Va bene il modello della holding pubblica regionale, come dicono i Sindaci nei loro interventi, che ha la maggioranza nelle aziende regionali di scopo e che verifica la possibilità di stringere alleanze e accordi con il sistema pubblico delle regioni limitrofe.

Ma per funzionare questo modello deve trovare immediata attuazione e coinvolgere al massimo tutte le realtà della regione: nessuno deve sentirsi figlio di un Dio minore e tutti devono poter trovare una convinzione ed un ruolo.

Un grande sforzo, insomma, ma anche un passaggio determinante per la classe dirigente della Toscana a cominciare dal nostro partito e dai Sindaci che hanno la guida di tutto questo. Ma anche della Regione che può incentivare questo processo sia con le norme che servono che con un ruolo di spinta e di coordinamento forte, deciso e determinato.

Ed è dalla Regione, inoltre, che può venire il massimo contributo, anche normativo, per quella che è “la questione”: come si fa a rendere compatibile l’adeguamento e l’innalzamento della democrazia e della partecipazione con la diversa fisionomia dei gestori, più grandi, strutturati e dunque distanti?

Comunque vadano infatti le cose sul lato della gestione, nessuno può togliere al pubblico il ruolo di programmatore, regolatore e controllore e ai cittadini quello di controllo e (almeno in Toscana) partecipazione.

E la Regione ha un ruolo determinante sui due aspetti. Può adeguare quello che oggi è svolto dalle ATO alle nuove esigenze e creare strumenti nuovi come l’Osservatorio o altri. L’assessore Fragai ne traccia qui l’essenza. Importante è avere presto e bene tutti gli strumenti che possono servire a favorire al massimo (sottolineando questa parola) il controllo e la partecipazione dei cittadini, utile socialmente ma anche per l’efficienza e l’adeguatezza di direzione delle aziende.

Ed è proprio alle aziende che spetta fare molto. Oltre ad avere la capacità di adeguare la qualità dei loro manager rispetto al passato, occorre che i loro lavoratori siano ancora una volta consapevoli (bisogna dare atto con soddisfazione che lo hanno fatto fino ad ora) che questi processi sono nell’interesse dei cittadini ma servono anche a preservare un sistema in cui ancora possono essere considerati nella loro importanza rispetto a quello basato su grandi aziende anche multinazionali, più lontane dalle loro esigenze e dal loro sentire. Ma d’altronde è da vedere con grande positività l’incoraggiamento che la Cgil della Toscana fa ripetutamente verso la costruzione di questi percorsi.

Un’ultima cosa riguarda un punto oggi ancora più importante che in passato: questi settori hanno un’importanza determinante per la nostra economia regionale. Determinante per il sistema economico, che senza la loro efficienza rischia di essere ancora più in difficoltà. Determinante per il sistema ambientale perché occorrono investimenti di una tale entità da non poter essere affrontati in piccola scala. Determinante per il sistema energetico, oramai fattore chiave dello sviluppo. Determinante perché è in essi che oggi si hanno le migliori performance di espansione, innovazione e occupazione. Può la Toscana, terra di grandi risorsi ambientali e turistiche da tutelare e di un sistema industriale da rilanciare a partire dalla questione energetica, permettersi che la leva di questo sistema sia altrove? Pensiamo proprio di no!

Le nuove sfide per le multiutility Il bisogno di un nuovo patto con gli utenti, per aziende che devono essere sempre più al centro dello sviluppo sociale ed economico di un territorio

I servizi di pubblica utilità, in particolare erogazione di gas, acqua, raccolta rifiuti e trasporto, vivono un momento complesso in Toscana. Sono sfidati dai nuovi stili di vita dei cittadini e dalle privatizzazioni in atto. Le multiutility toscane devono inoltre affrontare la richiesta, proveniente da più parti della società, di svolgere un ruolo attivo nelle dinamiche sociali e non solo economiche dei territori.

Fare impresa di pubblica utilità, in una regione come la Toscana, non è semplice. Migliorare le performance attuali, appare un’operazione articolata, che non coinvolge solo il mero servizio, ma estende la sua azione agli aspetti più complessivi dell’immagine e del posizionamento aziendale, del legame tra pubblica utilità e logica d’impresa, del ruolo nella crescita dei territori e del tessuto locale.

Il ciclo integrato delle acque sembra garantire un livello qualitativo più elevato con punte che superano il sette a Prato e Pistoia. L’erogazione del gas è più che soddisfacente (il voto medio è superiore al sette), mentre lo smaltimento ottiene giudizi leggermente più calmierati rimanendo tuttavia al di sopra della soglia del sei e mezzo (solo a Massa il voto risulta inferiore alla sufficienza, mente a Siena è più che soddisfacente); anche la pulizia di strade e marciapiedi non presenta eccessi negativi (ma neppure strepitose eccellenze). Il voto medio è 6,3, solo Massa e Pistoia presentano dati più critici.

Totalmente differente è il quadro della relazione tra le imprese di servizio e i cittadini. La capacità di comunicazione, il percepito in trasparenza e l’attinenza ai bisogni espressi, appaiono mediamente più critici rispetto alla valutazione del servizio prestato. Le multiutility toscane sono aziende che sanno fornire servizi di buon livello, ma non sanno ancora gestire adeguatamente il cliente.

In una realtà in cui si vive bene, in cui i servizi basilari ci sono e funzionano (trasporto pubblico a parte), l’attenzione dell’utente trasla dal mero servizio, dalla sua qualità in termini di efficacia, alla relazione complessiva tra utente e azienda. Dall’impresa di pubblico servizio ci si attende di più. Si vuole che eroghi il servizio prestando la massima attenzione alle esigenze mutevoli e specifiche dell’utenza (come afferma il 23% degli intervistati) e che fornisca prodotti qualitativamente sempre più elevati (27%).

Il processo metamorfico è accentuato, in questa fase, dai percorsi di privatizzazione. Se, in passato, alle aziende comunali i cittadini facevano qualche “sconto” (specie sul fronte del rapporto azienda-utente), oggi con le società privatizzate non è più così. Non solo. Il passaggio dal servizio comunale a quello aziendale (anche solo esternalizzato), la creazione di grossi gruppi industriali, la presenza di investitori extra-regionali o internazionali, produce un effetto di sospetto e di preoccupato fastidio tra i Toscani.

Va chiarito che l’atteggiamento dei cittadini verso l’ingresso dei privati non è pregiudiziale. Non c’è una opposizione di principio, fatta eccezione per il settore dell’acqua, dove l’arrivo del “capitale” viene valutato negativamente. Anzi, una gestione dei servizi impostata su logica aziendalistica incontra favori, specie se è in grado di garantire efficienza nei servizi e se le imprese portano ricchezza ai territori. Il cuore del problema è, quindi proprio questo. Le multiutility non possono limitarsi alla gestione in economia del servizio, ma devono essere aziende territoriali, protagoniste del sistema locale e dello sviluppo del capitale sociale.

I processi metamorfici in corso generano, tra gli utenti, l’esigenza di stabilire un nuovo “patto di fiducia” con le multiutility post-pubbliche, nonché nuove forme di relazione e comunicazione diretta. Oggi, di fronte a cittadini disorientati, che non comprendono fino in fondo i cambiamenti in corso e, soprattutto, non ne avvertono i benefici materiali, le multiutility devono mettere in campo uno sforzo sistemico di non poco conto. È necessario attivare forme in grado di legare la qualità del servizio ad azioni di responsabilità sociale che consentano ai Toscani di valutare sotto una nuova luce le aziende privatizzate. Occorre inserire i mutamenti nelle compagini sociali all’interno di un più ampio percorso di investimento locale, individuando una chiara dimensione etica del sistema di erogazione del servizio al cittadino, ma anche una innovata tensione verso codici di comportamento che garantiscano elevati standard di qualità e pieno rispetto ambientale.

Va sottolineato, infine, quanto il tema delle tariffe permanga un fattore distonico. La maggior parte degli intervistati l’88%, giudica la spesa per le tariffe troppo elevata rispetto al proprio reddito. In particolare, vengono giudicati esosi i costi del gas, ma anche quelli della raccolta rifiuti (il 66% dei Toscani ritiene elevate le tariffe) e dell’acqua (per il 61% i prezzi sono elevati). Costi che pesano sul bilancio familiare e prosciugano, in media, il 9% del reddito. Il dato assume tinte ancora più velate se lo confrontiamo con la situazione europea. Se nel continente il 67% dei cittadini si dichiara soddisfatto delle tariffe del gas, in Toscana tale segmento si riduce al 34%.

I cittadini avvertono l’urgenza di criteri più equi nella determinazione delle tariffe. Le ipotesi migliorative, indicate dai toscani, si muovono lungo due direttrici. La prima riguarda al calcolo delle tariffe sulla base del reddito, mentre la seconda fa riferimento al numero di componenti della famiglia.

 

Concludendo. La sfida del futuro per le multiutility toscane si gioca su più fronti. Il primo è quello di standard qualitativi sempre elevati, con una riduzione dei costi delle tariffe; il secondo è quello della ridefinizione della mission, attraverso il potenziamento della capacità di relazione con il cittadino e lo sviluppo del ruolo sociale per i territori. La sfida non si gioca solo sulla competitività, ma si condensa nella capacità di essere attori della dinamicità del territorio, del suo benessere, della sua forza competitiva, della sua qualità sociale e ambientale, della qualità della vita dei cittadini.

Le Pubbliche Utilità In Europa e Italia: politiche economiche, tendenze e concentrazioni industriali

Le operazioni di concentrazione industriale: una strategia diffusa

Uno dei fenomeni economici di maggior rilievo in questi ultimi anni è dato dalla diffusione internazionale di una serie di operazioni di concentrazione industriale che hanno coinvolto diverse aree produttive in diversi paesi. In questo contesto economico globale, le pubbliche utilità si presentano tra le aree industriali più vivaci in questo senso e a partire dai primi novanta, da quando cioè le politiche di riforma strutturale si sono diffuse un po’ ovunque nel mondo, il settore è stato attraversato da un importante processo di riorganizzazione.

In meno di due anni, a partire cioè dagli inizi del 2004, rileviamo una crescita assoluta delle operazioni di fusione ed acquisizione. Il processo, avviato negli USA, si è subito esteso alla UE, al punto che, a fine 2005, le imprese europee potrebbero addirittura superare quelle americane in quanto a valore delle transazioni.

Qui le concentrazioni hanno dato vita, come prima conseguenza, alla nascita di una numero piuttosto ristretto di grandi operatori industriali specializzati nella gestione dei servizi energetici (energia e gas) e dei servizi ambientali (acqua e rifiuti urbani). Negli ultimi due anni, Spagna, Germania, Svezia e Inghilterra sono state il terreno di importanti acquisti. Come è intuibile, un po’ per la imminente liberalizzazione del settore, un po’ per la crescente domanda di elettricità, il settore dell’energia ha rappresentato l’area di maggior interesse, atirrando complessivamente, nel 2004, ben 25 miliardi di dollari in operazioni di fusione ed acquisizione.

Nella tabella sono riportati alcuni importanti dati sulle principali operazioni di fusione occorse nel 2004 nel settore dell’energia.

Tabella 1 – Le principali operazioni di fusione nel settore del gas – 2004

n.

volore della transazione in (milioni di US dollar)

Nome della compagnia

Nazionalità

nome del compratore

nazionalità

1

26000

Public Service Enterprise Group Inc PSEG

USA

Exelon Corp

USA

2

9630

ENEL SpA(20%)

ITA

vendita delle azioni sul mercato aperto

internazionale

3

5700

National Grid Transco pic

UK

SSE pic, Boreall Infrastructure management Inc, Ontario Teachers’ Pension Funds

internazionale

4

3010

Elsam A/S (60%)

DEN

Danish Oil&Natural Gas A/S

DEN

5

2700

Hidorelectrica del Cantabrico (56%)

SPA

EDP

POR

6

3720

TXU Corp

USA

Singapore Power Ltd

Singapore

7

2850

Gas de Portugal, SA

POR

ENI SpA, Electricidad de Portugal EDP, Rede Electrica Nacional, SA

8

2414

ATEL (&&.24%)

SWI

UBS AG

SWI

9

2300

Illinois Power Co

USA

Ameren Corp

USA

10

981

Endesa Italia SpA (34%)

ITA

Endesa SA

SPA

Fonte: nostre elaborazioni

Nel complesso, nel primo trimestre del 2005 il valore delle operazioni di acquisizione e fusione era triplicato rispetto allo stesso periodo dell’anno anteriore, raggiungendo un valore di circa 75 miliardi di dollari.

In merito alle ragioni economiche che si celano dietro le operazioni di concentrazione, è noto che esistono convincenti motivazioni a favore dell’incremento delle dimensioni aziendali nel business delle pubbliche utilità. Ciononostante il rilevante volume delle transazioni, lascia supporre che concorrano altre cause a spiegare l’intensità del fenomeno che appaiono principalmente tre:

  • cause di natura macroeconomica: contesto internazionale favorevole caratterizzato da bassi livelli dei tassi di interesse;

  • cause di natura industriale: a) elevati cash flow a disposizione delle imprese in seguito alla riorganizzazione degli anni precedenti; b) sfruttamento delle sinergie come strategia di riduzione dei costi;

  • cause di natura istituzionale: avanzamento nella integrazione del mercato unico europeo e nella liberalizzazione di alcuni mercati (gas ed elettricità).

Ciò fa pensare al probabile inizio di un ciclo di operazioni di fusione ed acquisizione in Europa, proprio come avvenne negli anni ottanta negli USA.

Rispetto ai primi anni novanta si presenta uno scenario apparentemente più stabile e la natura degli accordi è finalmente basata su una logica prevalentemente di tipo industriale, anziché finanziaria. Le imprese leader crescono acquistando altre imprese per essere presenti nelle diverse fasi della catena del valore.

 

Le strategie dei grandi gruppi europei: crescere per rafforzare la propria presenza nei mercati liberalizzati delle pubbliche utilità

Dovendo riassumere brevemente gli scenari delle pubbliche utilità europee da una ottica industriale, si possono segnalare almeno i seguenti punti:

a) i principali operatori sono grandi gruppi industriali con forte tendenza alla internazionalizzazione delle attività che raggiungono elevati volumi di fatturato e, quasi sempre, raggiungono la quotazione borsistica.

b) prevale il modello multiutility con la integrazione di più servizi all’interno dello stesso gruppo industriale. Esiste generalmente una holding di controllo che si occupa della politiche di corporate del gruppo, pianificando sia le strategie industriali che quelle commerciali (e di marketing). Da rilevare, comunque la presenza a livello europeo di una varietà di modelli di gestione.

c) si assiste, sia dal punto di vista politico-intellettuale che da quello più propriamente normativo, ad una crescita del valore della competizione come meccanismo di equilibrio dei nuovi mercati delle pubbliche utilità. La Unione Europa continua la sua battaglia comunitaria per la liberalizzazione dei mercati e la difesa della concorrenza che sembra oramai un principio comunemente accettato, prima di tutto dalle imprese stesse.

d) si riscontrano palesi miglioramenti sul piano della regolazione, nonostante permangano notevoli diversità a livello di singolo stato-membro e la definizione di una politica regolatoria credibile crea un ambiente favorevole agli investimenti, dal momento che diminuisce l’incertezza per le imprese.

e) la struttura dei mercati non è tuttavia cambiata di molto. I vecchi monopoli pubblici sono stati parzialmente liberalizzati, ma la struttura rimane ancora altamente concentrata.

I mercati dell’energia sembrano rappresentare lo scenario di maggior dinamismo. Si tratta di un settore che, con la prossima apertura del mercato elettrico nel 2007, sarà completamente definito sulla base di una netta dicotomia tra attività da espletarsi in regime di concorrenza (generazione, produzione, vendita finale), e una serie – invece – di attività regolate (distribuzione). Le prospettive di importanti sinergie tra gas ed energia nella cogenerazione, il crescente interesse nella generazione elettrica, la possibilità di integrare verticalmente le imprese controllate dal gruppo, e la possibilità di usare gli stabili flussi finanziari che derivano dalle attività regolate, sono aspetti che stimolano i grandi gruppi alla ricerca di acquisizioni di imprese medio-grandi che possono operare in uno dei vicino mercati europei.

Le acquisizioni e le operazioni di concentrazione debbono tuttavia essere finanziate. Nel caso dell’energia (e del servizio idrico), le dimensioni delle imprese sono tali che il ricorso ai mercati finanziari come fonte alternativa di finanziamento è una prassi oramai consolidata. In alcuni casi – come in Spagna, per esempio – le grandi banche compaiono tra i proprietari del capitale degli operatori del gas, facilitando le condizioni di accesso al credito.

Nei mercati dell’acqua e dell’igiene urbana, le logiche imprenditoriali sembrano apparentemente più stabili per la natura dei settori. Qui, pur in presenza di una situazione di partenza peggiore rispetto ai mercati energetici, e conseguentemente con una drammatica domanda di investimenti, le dinamiche industriali corrono su binari sufficientemente prevedibili.

Uno dei punti comuni è che in entrambi i settori occorre investire molto in infrastrutture. Nel caso dell’acqua, la vetustà delle reti e la necessità di nuovi impianti nella depurazione, oltre che il tema dello smaltimento dei reflui, richiedono importanti interventi di costruzione e rinnovamento delle infrastrutture. Nel caso dei rifiuti, invece, le nuove normative ambientali, richiedono l’ammodernamento degli impianti di trattamento per superare la logica del conferimento in discarica. Le imprese possono incrementare la propria redditività su due fronti: la riduzione dei costi e la vendita di servizi fuori tariffa.

 

L’ Europa delle pubbliche utilità

A che punto siamo dunque con la creazione di un mercato europeo delle utilities? Osservando sinteticamente il quadro attuale, risulta a tutt’oggi difficile parlare di un mercato unico europeo delle utilità, anche se alcuni settori – elettricità e gas – cominciano ad offrire un grado di integrazione maggiore rispetto ad altri. La presenza di soluzioni personalizzate a livello di singolo stato membro è ancora piuttosto frequente, ed alimenta la tesi sulla resistenza degli stati nazionali ad abbandonare il controllo e l’autonomia delle proprie politiche pubbliche in tali settori.

Il mercato energetico risulta ancora disequilibrato e sostanzialmente frammentato, specie per quanto concerne il mercato al dettaglio, che rimane prevalentemente locale. A fronte dei paesi scandinavi, Inghilterra, Austria, Germania, Spagna – e in grado minore Italia – che hanno optato per un quadro di regolazione liberista, con la quasi apertura integrale del mercato – troviamo altri paesi, come Grecia, Irlanda, Olanda, Portogallo e Francia, che presentano un grado ridotto di apertura dei loro mercati. Le grandi imprese della energia seguono politiche di espansione internazionale (con preferenza tuttavia a favore dei loro mercati tradizionali) attraverso l’incorporazione degli operatori di minore dimensione. La seconda grande novità del settore è la tendenza alla presenza dei grandi gruppi in tutte le fasi del ciclo del valore del prodotto (dalla generazione alla distribuzione ai clienti domestici). Questa struttura ci consegna la previsione intorno ad un mercato dell’energia che da qui a poco rischia di presentare la struttura di un oligopolio dominato da sei-sette operatori al massimo (Antonioli e Bognetti, 2004).

Per quanto riguarda il servizio idrico, le caratteristiche tecniche della filiera produttiva e la natura di bene essenziale dell’acqua hanno fatto sì che la creazione di un mercato comunitario dell’acqua sia ancora un miraggio. Qui i differenti contesti nazionali hanno contribuito a rendere particolarmente complessa la implementazione di linee di riforma comuni, e sempre più frequente – invece – il ricorso a deroghe alla normativa comunitarie. La principale tendenza in atto sembra essere la netta preferenza verso la gestione integrata sia del servizio che della risorsa, e la scomparsa della gestione diretta da parte degli enti locali – che permangono, tuttavia, i responsabili del servizio. La liberalizzazione del settore non sembra aver incrementato la effettiva contendibilità del mercato, anche se ha definitivamente introdotto logiche di natura economica all’interno del settore. La gestione operativa del servizio è infatti molto spesso affidata a società per azioni, alcune delle quali presenti sul mercato internazionale. In molti casi la proprietà di tali imprese rimane pubblica, anche se con forti partecipazioni del capitale privato (imprese miste pubblico-privato).

Tabella 2 – Grado di aperture e struttura di mercato – Gas ed Elettricità

GAS

ELETTRICITA’

Apertura mercato

compagnie di trasmissione sovraregionali

compagnie di trasmissione regionali

compagnie di distribuzione

Apertura mercato

compagnie di trasmissione

compagnie di distribuzione

AUSTRIA

100%

3

5

20

100%

3

155

BELGIO

59%

1

3

21

52%

1

33

DANIMARCA

35%

1

0

4

100%

2

77

FINLANDIA

Deroga

100%

1

100

FRANCIA

20%

2

1

21

37%

1

172

GERMANIA

100%

5

14

725

100%

4

880

GRECIA

Deroga

34%

1

1

IRLANDA

82%

1

0

1

56%

1

1

ITALIA

100%

1

1

814

70%

1

219

LUSSEMBURGO

72%

1

0

4

57%

15

OLANDA

60%

2

0

25

63%

1

18

PORTOGALLO

Deroga

45%

1

3

SPAGNA

100%

1

3

26

100%

1

297

SVEZIA

47%

1

0

7

100%

1

248

UK

100%

1

0

1

100%

4

15

Fonte: Commissione Europea, 2004

 

Servizi pubblici ed economia

Mauro Grassi – Coordinatore Area Territorio e Ambiente della Regione Toscana

 

Nel dibattito sui servizi pubblici locali (spl) a livello europeo è riconosciuta l’importanza di una presenza di qualità e di una loro diffusione e accessibilità sociale e territoriale “come uno dei pilastri del modello europeo di società”.

Quindi anche se si parla di settori che potrebbero in linea teorica essere regolati completamente dal mercato e gestiti da soggetti privati, la Ue riconosce tuttavia la titolarità del soggetto pubblico a garantire che questo sistema rimanga un elemento essenziale della cittadinanza attiva.

Infatti così si cita nei documenti della Ue: l’erogazione dei servizi di interesse generale può essere organizzata in collaborazione con il settore privato o affidata a imprese pubbliche o private. Per contro, la definizione degli obblighi e delle funzioni del servizio pubblico spetta alle autorità pubbliche ai relativi livelli di competenza. Queste ultime sono inoltre responsabili della regolamentazione del mercato e devono garantire che gli operatori svolgano le funzioni di servizio pubblico che sono state loro affidate.

Quindi si parla di un sistema che ricopre una importanza fondamentale nel modello di società europea e anche nel modello di economia e si tratta di un sistema in cui la presenza pubblica è e deve rimanere centrale per garantire gli obiettivi di qualità, di accessibilità e di rispetto ambientale che sono prerogative ineliminabili dei spl. Magari un pubblico che, a parte il settore dell’acqua, deve essere sempre più presente nell’indirizzo, nella programmazione e nel controllo e sempre meno in quello più gestionale ed operativo.

In Toscana, se si fa riferimento al sistema più ristretto (acqua, gas e rifiuti) e ai soli associati cispel (che comunque sono una parte rilevante dell’aggregato di imprese dei spl), si parla di circa 8000 addetti, di oltre 1 miliardo e 700 milioni di produzione e di oltre 300 milioni di euro di investimenti.

Un complesso di tutto rispetto, formato per lo più da imprese monoservizio e da una partecipazione pubblica maggioritaria, che ha già oggi e che avrà ancora di più nel futuro un ruolo importante nel determinare il tasso di crescita e di innovazione della regione.

Il ruolo dei spl nella società e nell’economia regionale deve essere visto da due punti di vista: quello dei consumatori, come soggetti finali del processo di produzione e di distribuzione, e quello del sistema economico nel quale i spl si inseriscono e di cui sono una componente.

Nel primo caso ci interessa un sistema capace di puntare sulla qualità, sulla affidabilità, sulla trasparenza e anche sulla limitazione dei costi sia individuali (quelli delle tariffe) che sociali (in primo luogo quelli sopportati dall’ambiente e dalla collettività).

Un recente sondaggio sul grado di apprezzamento dei spl da parte della popolazione toscana è da questo punto di vista incoraggiante. I cittadini apprezzano in maniera abbastanza elevata la prestazione di questo tipo di sevizi in Toscana: c’è semmai da rilevare un certo disappunto per le tariffe sia per il fatto che sono cresciute in maniera sostenuta negli ultimi anni sia perché paiono eccessive come livello assoluto. Qui evidentemente ci sono indicazioni importanti per la politica e anche per il sistema di impresa. In primo luogo occorre puntare sempre di più ad un sistema capace di contenere i costi tariffari attraverso l’innovazione tecnologica e la ristrutturazione delle imprese sfruttando di più le economie di scala e di scopo che solo un rafforzamento dimensionale e organizzativo delle imprese può consentire. In secondo luogo però occorre impegnare di più il sistema a rendere trasparente il sistema tariffario e la tipologia di prodotto che viene “venduto” alla popolazione che non è solo di tipo “privato” ma anche di tipo “collettivo”.

Sulla trasparenza tariffaria c’è ancora bassa consapevolezza nella popolazione: non sono pochi i cittadini che pensano che l’aumento delle tariffe sia una conseguenza dell’aziendalizzazione del sistema (e magari anche dell’ingresso dei privati che, come è noto, puntano al profitto di impresa) e non invece alla contabilizzazione dentro la tariffa di costi che erano “sommersi” nel sistema delle produzioni in economia o attraverso le municipalizzate e che pertanto rischiano di vedere come positivo il ritorno al passato “dove tutto costava poco”! Inoltre c’è una bassa percezione della natura collettiva dei beni prodotti per cui a fronte dell’acqua che arriva nel rubinetto (che è il bene privato “visibile”) non si riesce ad apprezzare l’importanza (e il costo da pagare) per avere la depurazione e magari una bassa perdita di acqua nelle condutture.

Occorre quindi che il sistema tariffario venga spiegato con più trasparenza ai cittadini, che venga spiegata meglio la duplice natura dei beni prodotti dal sistema del spl (privato e collettivo) ed infine, una volta fatto questo, può anche essere ripreso il dibattito se è giusto che in tutti i settori i costi vengano completamente coperti da tariffa (si pensi all’acqua e agli investimenti richiesti per dare beni collettivi e beni pubblici oltre al bene privato) oppure possano e debbano gravare anche su base fiscale. In secondo luogo è da valutare con più attenzione, e questo è un tema che sarà certamente ripreso nella legge regionale sui spl, il tema delle tariffe sociali per quelle fasce di cittadini che stanno nella fascia di povertà e che pagano con difficoltà le tariffe per i spl.

Il secondo tema in discussione è invece il ruolo del sistema dei spl nell’economia regionale. A livello quantitativo si tratta di un settore di nicchia ma dal punto di vista qualitativo (l’introduzione di tecnologia, la ristrutturazione delle imprese, le sinergie interne dentro il sistema dei spl e con il resto del sistema economico, l’introduzione di ricerca e di sperimentazione etc) può rappresentare un “nucleo innovativo” di particolare rilievo e con particolari capacità diffusive nel resto del sistema economico regionale.

Certo le prime 10 imprese in Italia fatturano quasi 10 milardi di euro, mentre le prime 10 in Toscana non arrivano ad un miliardo: in questo dato sta tutto il problema della debolezza strutturale delle imprese toscane che segna la distanza fra le potenzialità del sistema dei spl in Toscana e la sua reale capacità di sviluppo. La politica, la Regione e le istituzioni locali sono chiamate a dare un segnale preciso per l’attivazione e il rafforzamento di questo processo, ma il sistema delle imprese toscane deve sentirsi impegnato in prima persona a superare in tempi stretti questo “gap” strutturale che potrebbe rivelarsi determinante in un’arena produttiva che diventa sempre più competitiva e sempre meno “accondiscendente” con i “campioni locali”.

 

L’intervista alla Ministro Lanzillotta

Uno dei punti della tanto discussa fase due è rappresentato dalle liberalizzazioni, comprese quelle dei servizi pubblici locali. Si tratta di un tema politicamente spinoso. Come lo affronterà il governo?

Dopo il riequilibrio dei conti pubblici, compiuto con la finanziaria, l’obiettivo fondamentale, forse non enfatizzato abbastanza, è quello di riattivare la crescita economica, garantendo al contempo che chi vive in un mercato aperto, gli utenti e i cittadini, siano protetti da regole che impongano l’efficienza dei mercati. Non possiamo pensare che politiche per la crescita e per l’equità in una economia aperta e integrata a livello globale come la nostra si possano fare solo con la redistribuzione del bilancio pubblico. Abbiamo fatto una manovra economica imponente per aumentare la capacità di acquisto delle fasce più basse di circa 40 euro al mese. La disponibilità di reddito che si può generare a favore delle famiglie, attraverso la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, è assai più consistente. La giustizia sociale e gli effetti redistributivi si danno oggi molto di più attraverso la regolazione dei mercati dei servizi che non attraverso dirette politiche di bilancio; per dirla con D’Alema, “ci sono pochi Paesi al mondo dove la parola liberalizzazioni è così di sinistra come in Italia”. Questa linea deve essere parte del manifesto fondativo del nuovo Partito Democratico, perché rappresenta una chiave unitaria con cui ricomporre l’identità sociale ed economica di questo Paese che oggi appare frantumata.

Già a luglio, con il pacchetto Bersani, avevate iniziato ad affrontare la questione…

Di quel primo pacchetto faceva parte anche il disegno di legge sui servizi pubblici locali: una serie di interventi sull’economia non diretti e di spesa, ma finalizzati ad orientare ed a creare le condizioni di sistema perché le attività economiche possano espandersi in modo più efficace. La filosofia era operare in modo diretto con decreto legge su alcuni settori già aperti alla presenza di una pluralità di operatori privati (banche, assicurazioni, taxi) cominciando ad avviare invece un processo più cauto nel settore pubblico, attraverso il disegno di legge sui servizi pubblici locali. L’inizio del 2007 dovrà vedere la ripresa ed il rilancio di questi temi, operando con equità in tutti i settori dell’economia, indipendentemente dalla titolarità dei soggetti pubblici o privati, locali, regionali o statali.

Eppure il settore dei servizi pubblici locali in questi anni non è rimasto immobile…

In materia, a partire dalla legge 142, vi sono stati negli ultimi anni interventi molto ampi, alcuni dei quali hanno segnato, soprattutto nei primi tempi, una modernizzazione radicale. Basti pensare a cosa erano nel 1992 le municipalizzate e a quanto oggi questo mondo rappresenti invece un pezzo importante dell’economia, dell’industria in cui si investe e si innova. Questo processo è stato in parte anche stimolato dai vincoli finanziari degli azionisti pubblici che hanno accelerato nella direzione della esternalizzazione, parziale privatizzazione, societarizzazione, delle quotazioni in borsa. Ciò ha però riguardato soprattutto l’assetto organizzativo delle aziende. Inoltre, in questo decennio di legislazione ci si è messi quasi sempre più dalla parte dei soggetti gestori o dei loro azionisti e meno dalla parte del cittadino. Oggi occorre assumere l’ottica opposta.

Quale è l’ambito in cui si muove il disegno di legge?

A parte alcune esplicite esclusioni, come la sanità o l’istruzione, vi è una nozione ampia di servizi pubblici locali, che va oltre quelli a carattere industriale, e che parte dalla consapevolezza che nelle economie mature come la nostra e come quasi tutte le economie europee, ormai una quota pari quasi al 75% del prodotto interno è determinato dai servizi. Si pensi solo al settore dei servizi alla persona o dell’economia della conoscenza, dove l’ingresso di nuovi attori potrebbe garantire una offerta diversificata e flessibile, sempre più legata anche a bisogni individuali.

Si tratta di una materia in cui le diverse competenze istituzionali si intrecciano…

Le basi su cui si fonda il disegno di legge stanno nel titolo quinto della Costituzione, che riconosce allo Stato la potestà normativa da un lato in materia di identificazione delle funzioni fondamentali dei Comuni e quindi anche in materia di erogazione dei servizi pubblici locali, e dall’altro in materia di tutela della concorrenza. Questi sono paletti entro cui credo si dovrà muovere anche la legge a cui la regione toscana sta lavorando.

Quali sono i principi del provvedimento?

Il primo, fondamentale, è quello generalizzato della gara per l’affidamento dei servizi pubblici. Il disegno di legge ammette situazioni speciali, che i decreti delegati identificheranno, penso ad esempio alle zone di montagna dove occorre garantire l’universalità del servizio pur non essendovi mercato. In linea generale però il principio della gara a me sembra l’unico che tendenzialmente evita il rischio di trasferire comunque ad altri soggetti (amministratori, monopolisti del mercato delle materie prime, ma anche imprese locali fornitrici delle imprese pubbliche e sindacato) la rendita monopolistica. Si tratta di un rischio che si corre anche con le società miste. In generale per le società miste si sceglie il partner sulla base del know how industriale, non sulla base di indicatori che attengono alla qualità e all’efficienza della gestione di una specifica attività.

Quello della gara un principio che ha sollevato varie perplessità…

Il punto è che noi dobbiamo determinare un sistema in base al quale i vantaggi della concorrenza sono trasferiti in termini di rapporto qualità/prezzo a vantaggio del destinatario del servizio. Ecco perché il nostro disegno di legge fa sì che ci sia un sistema di gare nelle quali sia garantito da una parte che il capitolato di gara, e quindi poi la base del contratto di servizio, sia effettivamente finalizzato a garantire le prestazioni e dall’altro che la gara sia gestita in modo trasparente e indipendente; ci sono settori, come ad esempio il trasporto pubblico locale, in cui le gare sono state vinte quasi sempre dall’azienda presente sul territorio. Fatico a capire le perplessità sul principio della gara. Tra l’altro il termine previsto nella legge dovrebbe servire a realizzare quei processi di integrazione in atto anche in Toscana. Credo che l’itinerario che qui si sta seguendo, quello della holding, sia la strada per poi poter competere, se la finalità è quella di integrare gestioni, fare efficienza, avere una massa critica in settori in cui il mercato estero è liberalizzato, superando in questo modo la frammentazione municipalistica, la tendenza a conservare le società così come sono, a farne luoghi anche di mediazione politica. La discussione, talvolta un po’ demagogica, sui costi della politica nasce anche molto, io credo, dalle vicende delle aziende di pubblico servizio, locali e regionali. In questi anni, accanto a soggetti industriali innovativi e di qualità, sono nate una serie di altre attività con una logica spesso percepita dall’opinione pubblica come di moltiplicazione di soggetti.

Oltre che sul principio della gara, lei insiste molto sull’ indipendenza dei regolatori. Questo deve condurre le amministrazioni a ripensare il loro ruolo?

Credo che le amministrazioni, fino a quando non saranno liberate dai compiti/interessi, relativi alla gestione, non impareranno il mestiere dei regolatori. Oggi nella sovrapposizione dei vari ruoli (azionista, concessionario, stakeholder, istituzione politica) il ruolo di regolatore non è certo quello che prevale. Mentre invece è questa la funzione su cui le amministrazioni si devono focalizzare; il disegno di legge va in questo senso, tra l’altro creando meccanismi come quello della contrattualizzazione della carta dei servizi ed il rafforzamento dei diritti dei consumatori, lanciando anche a questi ultimi la sfida della autorganizzazione.

 

L’intervento dei Sindaci

 

Il Sindaco di Firenze Leonardo Domenici

In Italia, da anni, le regioni del nord si sono poste l’obbiettivo della solidità aziendale e dell’efficienza nel campo dei servizi pubblici, questa politica è essenziale per competere con grandi aziende e società internazionali.

In Toscana i servizi ai cittadini, acqua, gas, energia e rifiuti, sono sostanzialmente controllati da società pubbliche cioè dai comuni, abbiamo un buon livello di qualità ed efficienza ma dobbiamo superare la moltiplicazione societaria e il nanismo in questo campo che ci espone al rischio “colonialismo” da parte di aziende forti in grado di fornire efficienza, investimenti per la qualità e prezzi più bassi.

Nel mondo in cui viviamo è necessario superare le piccole dimensioni e dare maggiore solidità a queste imprese, che altrimenti rischiano sul piano della competitività e della concorrenza di perdere terreno.

Per conseguire l’obiettivo strategico dell’integrazione si sono verificati due importanti fatti, il primo il 24 gennaio 2006 con la nascita della holding TOSCANA ENERGIA che ha messo insieme i soci pubblici di FIORENTINA GAS e TOSCANA GAS, le due maggiori società del settore energetico in Toscana con ITALGAS. La nuova società diventa così la quinta in Italia tra le imprese nel settore della distribuzione del gas metano, sono 97 i comuni con circa 600.000 utenti; il secondo fatto è la sottoscrizione di un protocollo di intesa, firmato il 23 novembre 2006 anche questo in Palazzo Vecchio, tra tutti i comuni capoluogo di provincia della Toscana per verificare la costruzione di una holding toscana nel settore dei servizi pubblici.

Questi due passaggi assumono una notevole importanza perché segnano una netta inversione di tendenza e puntano decisi verso l’integrazione societaria e ribadiscono la scelta del mantenimento di un forte controllo pubblico.

 

Il SIndaco di Prato Marco Romagnoli

Il progetto di costituzione di una holding toscana dei servizi pubblici locali deriva dai cambiamenti che si prospettano nei settori interessati – gli scenari di liberalizzazione che è bene chiarire non significa privatizzare i servizi – e dalla necessità di salvaguardare un patrimonio di risorse pubbliche, di energie e professionalità manageriali e imprenditoriali, costituito dalle comunità locali e di cui le comunità locali sono destinatarie.

E’ questo forse un aspetto che troppo spesso non viene sottolineato o che per altri aspetti è minimizzato: la necessità di preservare, anche in termini di democrazia economica, una presenza pubblica, quindi verificabile e controllabile, in settori strategici per l’economia nazionale e locale e per la vita quotidiana delle persone.

Anche da qui scaturisce l’esigenza di un processo di aggregazione e anche la possibilità che queste aziende, già diverse nella loro strutturazione, possano ulteriormente evolvere, diventando protagoniste in mercati, come quelli delle risorse energetiche, che non possono essere affidati ai soli meccanismi spontanei.

E’ un processo difficile perché si tratta di far convergere realtà territoriali, e quindi aziendali, differenti e differenziate, con la presenza in alcuni casi anche di partnership private, ma è un progetto per molti aspetti imprenscindibile, su cui si misura la stessa capacità di governo della classe dirigente toscana, che non può sottrarsi di fronte ai nuovi contesti che maturano e che matureranno, anche in relazione alle responsabilità che porta verso le popolazioni amministrate.

Si tratta, in fin dei conti, di non rendere marginale un settore, quello dei servizi pubblici locali, di grande rilevanza e che ha avuto un peso notevole nella costruzione della moderna società toscana.

 

Il Sindaco di Pisa Paolo Fontanelli

Con il percorso avviato in Toscana verso la holding abbiamo aperto una sfida finalizzata a rendere il sistema delle aziende dei servizi pubblici locali più forte e competitivo, anche in vista della prospettiva di liberalizzazione contenuta nel disegno di legge delega al quale il governo sta lavorando. Una prospettiva che non ci spaventa, e che non va affrontata ideologicamente. Innanzitutto liberalizzazione non significa privatizzazione, e non può significare nemmeno sostituzione di un monopolio pubblico con un monopolio privato. La sfida è quella di costruire un mercato dei servizi che oggi non c’è, per garantire qualità e risparmio per i cittadini, crescita e dinamismo dell’economia. In questo quadro i Comuni sono attori fondamentali, nelle attività di programmazione, indirizzo e controllo ma anche nella gestione in quanto azionisti delle aziende pubbliche. Una pluralità di ruoli che ha comunque sempre come fine ultimo la garanzia dell’efficienza del servizio, alla quale i comuni, enti più vicini ai cittadini, non possono e non vogliono sottrarsi. Ma nella prospettiva della liberalizzazione e delle gare, l’obiettivo dei comuni toscani, con il percorso della holding, è anche quello di tutelare al meglio il valore patrimoniale, imprenditoriale ed occupazionale delle aziende pubbliche: un valore che appartiene non ai sindaci o agli amministratori, ma ai cittadini, che si è accresciuto e qualificato in questi anni, e che sarebbe gravemente sbagliato ridurre ad un “costo della politica”. Non c’è dunque timore delle gare e della liberalizzazione; quello che serve è una legislazione nazionale che innanzitutto affini l’efficacia dei contratti di servizio e rafforzi i meccanismi di controllo e sanzionatori, ma che fissi anche percorsi e tempi che consentano al nostro sistema di aziende di riorganizzarsi ed aggregarsi per poter competere.

 

LA RIFORMA DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

LA RIFORMA DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI TRA MERCATO, EFFICIENZA E PARTECIPAZIONE

di Agostino Fragai – Assessore Regionale alle Riforme Istituzionali e EELL

 

Dobbiamo favorire l’aggregazione delle imprese che oggi gestiscono i servizi pubblici locali per renderle capaci di sostenere la competizione internazionale. E dobbiamo farlo non in nome di un principio o di una dottrina astratta, ma per i cittadini. Per questo stiamo scrivendo una legge, che forse da sola non sarà sufficiente e a cui dovremo magari affiancare la firma di un patto tra tutti i soggetti interessati: Regione, Comuni, aziende, sindacati e consumatori. Una legge che vorremmo approvare entro il 2007.

Dai servizi pubblici locali dipende infatti la competitività di un territorio. Se l’azienda distribuisce acqua a sufficienza e di buona qualità, magari a costi contenuti, tutta l’economia ne trae giovamento. Lo stesso vale per l’energia e i rifiuti. E solo aziende più grandi e forti ci consentiranno economie di scala in grado di mantenere tariffe appropriate.

Il mercato serve ai consumatori e dobbiamo aprirci al mercato pensando ai cittadini. Una via non scontata. Prendiamo come esempio le farmacie e la liberalizzazione nella vendita di alcuni medicinali a cui abbiamo assistito in questi mesi. Perché, mi chiedo, anche le strutture comunali hanno aspettato che la liberalizzazione coinvolgesse i supermercati per applicare sconti consistenti ai farmaci da banco ? Probabilmente solo perché in passato, pure nelle aziende pubbliche, si guardava più agli utili che dall’azienda potevano venire ai bilanci dei Comuni piuttosto che direttamente al consumatore. I cittadini devono invece diventare il faro delle scelte che faremo in futuro. Anche per i servizi pubblici locali a rilevanza economica. E’ il cambio di prospettiva obbligato che ci attende e uno dei principi ispiratori della legge che stiamo scrivendo.

Certo le norme regionali non potranno fare tutto da sole. La nostra legge si dovrà muovere tra i paletti posti dalla legislazione nazionale. E a questa sarà legata anche nei tempi. Per questo chiediamo al governo e al parlamento di fare presto.

Vogliamo una buona gestione dello smaltimento dei rifiuti e lo stesso per la distribuzione e il trattamento delle acque, del gas e dell’energia. Del governo, che si è mosso con tempestività e nella giusta direzione, condividiamo le due direttrici finora indicate: una legislazione specifica per le risorse idriche, spazio alle liberalizzazioni negli altri casi. Per gas, energia e rifiuti l’obiettivo minimo che ci eravamo prefissi era quello di un’aggregazione del sistema delle imprese pubbliche su almeno tre grandi aree vaste. Per l’acqua, che è un bene comune, avevamo già maturato l’opinione che proprietà e controllo delle reti idriche devono restare in mano pubblica, così come la maggior parte del capitale di esercizio. Per la gestione siamo aperti anche ad un ulteriore coinvolgimento pubblico, anche se riteniamo l’attuale situazione toscana, che vede una maggioranza pubblica nelle società, un buon equilibrio. Apprezziamo comunque (e siamo disposti ad appoggiare) il progetto di un’unica holding toscana dei servizi pubblici che oggi alcune amministrazioni comunali stanno portando avanti. A tutto questo vorremmo però aggiungere qualcosa in più in termini di partecipazione

Nel 2002 le aziende toscane di acqua, gas, rifiuti e trasporti fatturavano un milione e 600 mila euro. Oggi ne fatturano 2,4 e contano, trasporti a parte, 14 mila dipendenti. E’ una fetta importante della nostra economia. Il modello di gestione che da noi si è affermato è quello delle Spa interamente pubbliche o miste che gestiscono il 100% del settore idrico e del trasporto pubblico, il 92% dello smaltimento rifiuti, il 75% del gas. Gli investimenti, dal 2000, sono raddoppiati.

Con la legge vorremmo specificare i requisiti di natura economica-finanziaria e tecnico organizzativa che le imprese devono possedere per partecipare alla gara per l’affidamento dei servizi. La legge indicherà i contenuti essenziali ed inderogabili dei contratti di servizio e sarà prevista anche una carta dei servizi, dove grande spazio troverà la trasparenza e la partecipazione.

Vorremmo infatti creare nuovi strumenti e nuove opportunità a disposizione dei cittadini, da cui può venire un apporto importante per migliorare la qualità dell’intero sistema. Le forme possono essere le più varie: la creazione di un osservatorio regionale che controlli l’operato, gli standard e i risultati delle aziende, consigli consultivi delle singole comunità composti da rappresentanti dei cittadini, delle aziende e delle autorità locali, l’istituzione di un garante degli utenti dei servizi pubblici di interesse economico attraverso l’affidamento di nuove funzioni e compiti al difensore civico.

Con la legge vorremmo inoltre incentivare la possibilità di acquisti collettivi da parte dei consumatori, favorendo forme di aggregazione tra i cittadini di un quartiere o un sistema di imprese per spuntare un miglio prezzo sul mercato. Quello che è successo cento anni fa con le cooperative di consumo potrebbe essere replicato per energia, telefoni e gas.

 

UN OSSERVATORIO REGIONALE

Per partecipare occorre conoscere, soprattutto per partecipare in maniera attiva. Per questo diventa importante la creazione di un osservatorio regionale sui servizi pubblici locali. Così come lo abbiamo immaginato l’osservatorio regionale dovrà essere un organismo tecnico altamente qualificato e dotato di una propria autonomia scientifica. Gli esperti che lo guideranno dovranno essere nominati con regole precise e trasparenti e il loro compito sarà quello di fornire ai cittadini ma anche alle istituzioni dati ed informazioni, analizzare e comparare standard, costi di produzione e tariffe applicate. Guardando anche al di là dei confini regionali e nazionali. Sarà l’osservatorio che dovrà vigilare sulle inadempienze da parte delle aziende, che dovranno essere tempestivamente comunicate agli enti. Sarà l’osservatorio che dovrà fornire agli Ato consulenza e supporto prima e dopo la stipula del contratto di affidamento del servizio, aiutandoli nelle scelte di programmazione.. E all’osservatorio dovremmo anche chiedere relazioni periodiche sull’attività dei gestori, da diffondere per creare occasioni di dibattito e partecipazione e affinché i consigli comunali possano esprimersi con cognizione di causa.

 

About Vittorio Bugli

Assessore alla Presidenza della Regione Toscana

, , ,

No comments yet.

Lascia un Commento