Crisi Finanziaria: non sottovarne la possibile portata!

Siamo nel pieno di una tempesta finanziaria che incide pesantemente su una situazione economica del Paese che era già molto pesante. Siamo ad un drammatico passaggio di fase nel quale appare inevitabile porre rimedio agli effetti di una interpretazione tutta finanziaria della globalizzazione che è scattata coi mutui ipotecari, poi è arrivata alle cartolarizzazioni dei prestiti, agli ambigui ed estesi meccanismi delle scatole cinesi, ai rapporti interbancari. Agli effetti di un modello, prima di tutto USA, che ha messo la finanza al posto di tutto, prima di tutto, fino a sostituire il ruolo che solo i redditi della produzione, da lavoro, la loro redistribuzione possono svolgere.
Tutti, specialmente i peggiori profittatori e responsabili di questo stato di fatto, cercano oggi riparo presso lo Stato. Il rischio che si intravede non è solo il crollo del castello di carta della finanza creativa, ma guai seri per l’economia delle persone, delle aziende e degli Stati. Siamo già entrati in una fase di depressione e presto recessione la cui entità è impossibile sapere.
E’ crollato di botto quel modello che la sinistra e importanti economisti avevano criticato duramente: il liberismo sfrenato e de-regoralizzato. Ora tutti sono diventati statalisti, troppo statalisti. Anche coloro che, come Tremonti nella bozza di DPEF del 2003, ci proponevano il modello dei prodotti finanziari sui mutui applicato negli USA come panacea per il rilancio del Paese (vedi sotto un articolo de La Repubblica del luglio 2003). Fu bloccato dall’opposizione ma procurò comunque un enorme sviluppo della finanza creativa, delle cartolarizzazioni, del via libera dell’accesso degli Enti locali a strumenti finanziari rischiosi.
Tornando ad oggi, senz’altro non è criticabile l’annuncio circa le modalità di intervento fatto dal Governo. Ma lo attuerà? Nel frattempo la cosa molto concreta che era stata attuata era quella riga meschinamente nascosta nel provvedimento Alitalia con la quale si discolpavano Tanzi, Cragnotti, Geronzi e compagnia.
E’ anche buffo, nella sua complessità, che classi dirigenti che hanno sistematicamente attaccato l’Europa, ora facciano la giusta proposta di affrontare la crisi a livello Europeo. Purtroppo così non sarà, almeno fino in fondo, perchè l’Europa non ha la sua FED ed è ancora indietro nel necessario processo di integrazione delle politiche finanziarie e di controllo (vedi sotto gli articoli tratti da www.lavoce.info). Meno male che il Paese ha saputo resistere alle strade indicate da Tremonti e Berlusconi. Specialmente per quanto riguarda l’Europa: chissà cosa ne sarebbe stato dell’Italia se non avesse accettato e vinto la sfida che propose e guidò il primo Governo di Centro Sinistra.
La cosa peggiore, peraltro, è che tutto ciò fa “grandinare sul bagnato”. Gli effetti depressivi e recessivi sull’economia reale che apparivano già probabili prima di questa crisi, ora appaiono inevitabili e di notevole portata. Ancora non si sa quanto…
Tocca alle forze serie del Paese avere cervello e responsabilità anche per le altre, non andare al “bagaglino” ma stare nella vita e nelle preoccupazioni delle persone e delle aziende. Dovremo farlo ancora una volta e lo faremo.
Per prima cosa dovremo contribuire ad affrontare questa crisi. E lo faremo rifiutando logiche protezionistiche ma pretendendo una regolazione molto più stringente, a cominciare dalla finanza, e da ragionevoli misure difensive contro le speculazioni. Ci vuole più stato. Ma che Stato?
Dice Michele Salvati in un suo editoriale sul Corriere:- “Non vorrei che la crisi finanziaria in corso negli Stati Uniti e l’affannoso intervento pubblico che sta provocando in quel Paese alimentassero nel nostro un clima di «più Stato» altrettanto superficiale – ma gravido di conseguenze politiche – del clima di «più mercato» che dominava fino a un anno fa: condivido la preoccupazione espressa da Mario Monti nel suo editoriale di domenica scorsa. È vero, il Tesoro americano sta impiegando risorse immense per attenuare le conseguenze della crisi. Ma si tratta di una risposta d’emergenza: il problema all’origine delle difficoltà attuali non è di quelli che si risolvono buttandogli quattrini (pubblici) addosso. È un problema di insufficiente e cattiva regolazione dei mercati, dal quale consegue un rischio di instabilità finanziaria, una elevata probabilità di crollo dell’immane piramide di debiti e crediti che si è lasciata costruire negli ultimi anni su basi insicure. Un rischio di cui le autorità statunitensi erano consapevoli – una parte dei tanto vituperati economisti non si è mai stancata di richiamarlo – ma sul quale non sono intervenute in tempo. Un po’ perché, quando le cose andavano bene, ci guadagnavano tutti e occorreva grande forza politica per spegnere l’«esuberanza », anche se «irrazionale». Ma soprattutto perché quelli che ci guadagnavano di più (molto di più) disponevano di grande influenza presso le autorità preposte alla regolazione. Se gli interventi di emergenza risulteranno efficaci e poi, e soprattutto, in che tempi le autorità riusciranno a costruire un assetto regolatorio e di vigilanza capace di restituire ai mercati finanziari la fiducia di cui hanno bisogno, non è possibile prevedere. Ci riusciranno, certamente, ma dopo aver fatto pagare costi altissimi in termini di benessere agli Stati Uniti e al mondo intero. Vorrei solo sottolineare che parlare in modo generico di «più Stato» per quanto sta avvenendo in America confonde solo le idee. Essenzialmente si tratta di un fallimento della politica, una politica inquinata da legami troppo stretti con i grandi interessi privati, che non ha saputo imporre regole adeguate al sistema dei mercati finanziari. Regole che avrebbero consentito di avere insieme una finanza competitiva e innovatrice – nella misura necessaria allo sviluppo dell’economia reale – con condizioni di stabilità e fiducia. Che avrebbero evitato le inefficienze e le ingiustizie connesse all’impegno di risorse pubbliche cui il Tesoro degli Stati Uniti è stato ora costretto. Confondere le idee può essere pericoloso in un Paese come il nostro, che con le regole non ha mai avuto un rapporto facile, in cui i rapporti tra politica e affari sono sempre stati assai stretti, in cui lo stesso capitalismo privato, nei suoi piani alti, è largamente un capitalismo di relazione, non di mercato. Un Paese in cui il conflitto di interessi è ancor più endemico, direbbe Guido Rossi, che negli Stati Uniti. Un disegno di regolazione efficace è sicuramente un intervento pubblico, ma non è «più Stato» nello stesso senso in cui lo è pasticciare discrezionalmente con Alitalia. Anzi, è il suo esatto contrario: regole contro discrezionalità, distanza contro vicinanza con gli interessi privati, statualità contro politica. Di «più Stato» nel primo significato avremmo grande bisogno, soprattutto per tornare a crescere nel lungo periodo. In un Paese fermo, nel quale la politica deve dare l’impressione di fare qualcosa, e con effetti immediati, temo che sarà il secondo significato a prevalere.”
Questo è il punto. Lo Stato deve proteggere i risparmiatori ma non chi ha responsabilità e ha agito contro i risparmiatori. La Stato deve fare questo.
E poi lo Stato deve garantire le protezioni sociali, non abbandonare il suo impegno ma anzi rafforzare i servizi universalistici senza concedere spazio a invenzioni che concedano al mercato la risposta a bisogni fondamentali. Lo stato deve garantire politiche fiscali tali che “chi più ha, più paga, chi meno ha meno paga e che comunque si paga tutti e si riceve tutti”. Lo stato deve produrre politiche per l’innovazione e la qualità nella produzione e nei consumi. Lo stato deve garantire lo sviluppo e il radicamento nazionale (in attesa di quello europeo) di fondamentali reti strategiche materiali e immateriali. Lo Stato deve occuparsi di capitale umano, di infrastrutture, di ricerca e così via.

Il vero problema è che il problema c’era anche senza la grande crisi finanziaria. Il nostro Paese va male economicamente e oramai da tempo ciò ha intaccato la sfera delle possibilità economiche di molti milioni di italiani, fino ad arrivare a colpire anche il ceto medio.
I dati ISTAT sono stati prodotti prima dell’esplodere della crisi:
-14 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro al mese; il 15% delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese,
-il 28% non può fare fronte ad una spesa imprevista,
-il 10% è in ritardo per il pagamento di bollette,
-il 4% non ha soldi per spese alimentari, il 10% per spese mediche, il 16% per l’abbigliamento.
Se guardiamo al Sud queste percentuali raddoppiano.
-L’inflazione tendenziale va oltre la media europea dopo un anno in cui era stata più bassa. Ma non è il suo valore a preoccupare, bensì la sua provenienza, tutta dovuta a fattori esterni (petrolio, materie prime, alimentari, etc) alle retribuzioni e alla domanda interna e dunque, per sua natura, colpisce inesorabilmente i redditi medi e bassi
-I consumi si riducono, come mai negli ultimi anni, le attività economiche orientate al mercato interno vanno male, cresce la precarietà e riprende a crescere la disoccupazione e la cassa integrazione
-I dati sul PIL segnano l’andamento tendenziale peggiore d’Europa.

Di fronte a questa vera emergenza il Governo è muto. Non c’è politica economica, e quando c’è è sbagliata anche se un po’ di risorse ci sarebbero per affrontarla. Ha ragione Bersani a richiamare il rendiconto dell’esercizio finanziario 2007 a firma Tremonti. “Il 2007 si è chiuso con conti pubblici sensibilmente più favorevoli del previsto. È il risultato di una politica economica che ha perseguito l’obiettivo della crescita e del risanamento. Ai risultati ottenuti hanno concorso sia le entrate sia le spese e, per le entrate, il grosso contributo è venuto dai frutti della lotta all’evasione fiscale, mentre l’espansione della spesa primaria e stata rallentata”. Se lo dice lui…

Allora forse sarebbe bene seguire la rotta opposta di ICI e Alitalia e trovare i soldi per abbassare le tasse sugli stipendi.

Le proposte del PD sono:
1. Avviare immediatamente una progressiva ed incisiva diminuzione della pressione fiscale sulle retribuzioni medio-basse con detrazioni fiscali, revisione delle aliquote, o restituzione del drenaggio fiscale, dandosi una prospettiva triennale fino all’obiettivo di una riduzione del prelievo di 100 euro mensili. Estensione della 14^ già varata dal Governo Prodi per 3 milioni di pensionati fino alle pensioni di importo di 1.000 euro. Le risorse che si intende destinare (peraltro, fin qui in modo del tutto confuso), alla così detta social card siano da dicembre trasformate in una misura strutturale per le pensioni più basse, che si aggiunga alla quattordicesima mensilità. Una quindicesima insomma.
2. Un nuovo patto sulla fiscalità. Una proposta positiva, una Maastricht del fisco, con l’obiettivo di raggiungere entro un certo numero di anni la media europea della fedeltà fiscale. Ciò può avvenire in particolare attraverso meccanismi che consentano davvero emersione e tracciabilità, anche al prezzo purtroppo inevitabile di qualche adempimento che può gravare anche sui contribuenti onesti. In questo patto deve stare il riconoscimento che per i sistemi di PMI il combattimento con il fisco ha riguardato spesso la vita dell’impresa e non il portafoglio dell’imprenditore.
3. Presidiare e rafforzare il potere di acquisto promuovendo e distribuendo guadagni di produttività, allestendo adeguati meccanismi di riparo dall’inflazione e garantendo un ordinato, puntuale ed efficace andamento della contrattazione. Noi valutiamo da un nostro autonomo punto di vista la discussione in corso fra le parti sociali. Noi riteniamo  necessario che venga garantito il ruolo specifico ed essenziale della contrattazione nazionale, indispensabile per la coesione del sistema, e che si sviluppi realmente una contrattazione decentrata capace di stimolare e distribuire incrementi di produttività. Ribadiamo che la produttività non si misura con lo sforzo muscolare dei lavoratori o con il numero di ore lavorate ma con un adattamento creativo e flessibile del lavoro a processi di innovazione delle imprese. Questi processi devono rendersi visibili e esigibili a fronte di politiche industriali pubbliche di sostegno. Riteniamo altresì necessario che i contratti garantiscano un recupero dell’inflazione, naturalmente in forme tali da non avviare spirali inflazionistiche. Dentro a questi criteri, ribadiamo con nettezza il nostro interesse a che si realizzi un punto d’incontro all’interno del mondo del lavoro e fra il mondo del lavoro e l’insieme dell’organizzazione di impresa per un aggiornamento dei modelli contrattuali.
4. Immediato intervento a favore del cittadino – consumatore, con il trasferimento di risorse dai settori protetti alle tasche dei cittadini. Andando nel merito: abolizione della Commissione di massimo scoperto, della trasferibilità e della surroga dei mutui; costi di gestione dei conti bancari, della RC auto, delle concessioni autostradali, della restituzione dell’Iva a fronte degli aumenti della benzina, delle nuove tariffe telefoniche, dei prezzi dei voli aerei, del prezzo dei farmaci, della riforma dei servizi professionali.  La class action, cancellata 2 mesi fa e che deve essere ripristinata senza castrarla nei confronti dei più gravi fatti finanziari ai quali potrebbe aggiungersi qualche recente bad company. Quanto alla pubblica amministrazione, invece di occuparsi di spot pubblicitari, il Governo riprenda la nostra norma sull’auto certificazione rafforzata da strutture professionali assicurate, di una serie di autorizzazioni in campo economico, così da spostare la pubblica amministrazione verso la verifica e il controllo, così da muovere le professioni da luoghi improduttivi verso luoghi di efficienza, così da dare speditezza alle iniziative produttive. L’insieme di queste ed altre iniziative porterebbe subito diversi miliardi nelle tasche dei consumatori, favorirebbe concorrenza e occupazione, darebbe stimolo alle attività economiche. Naturalmente non si può mettere soldi in una tasca e toglierli dall’altra.
5. Garantire che il contenimento della spesa decentrata non intacchi i servizi sociali fondamentali. Non si pensi che, se si vuol fare sul serio, il federalismo fiscale possa essere affidato ad un Governo sulla base di una vaghissima delega. Ci vogliono procedure rafforzate, ci vuole una commissione bicamerale che lavori sul serio.
6. Attività economiche e industriali. Noi inquadriamo le nostre politiche industriali e le politiche per il Mezzogiorno dentro al quadro unitario del programma Industria 2015, un quadro che va rafforzato e rilanciato e che viene invece oggi indebolito e azzoppato. In quel quadro c’è un piano realistico di alleggerimento fiscale in continuità con le misure del governo Prodi, c’è il credito di imposta sulla ricerca da rendere strutturale, c’è il credito d’imposta automatico per gli investimenti, che è stato distrutto da questo Governo, che va ripristinato a fronte della chiusura di leggi come la 488, chiusura che va confermata. In quel quadro ci sono strumenti di garanzia per l’accesso al credito delle PMI che vanno immediatamente rafforzati in questa fase di acuta criticità. In quel quadro ci sono progetti interfacciati di innovazione tecnologica e sviluppo dei consumi nell’area dell’efficienza e del risparmio energetico, della mobilità sostenibile, del made in italy, dei beni culturali, della salute. Il quadro di Industria 2015 contiene altresì l’allestimento di progetti – paese per qualificare i consumi e per avviare cicli di investimento pubblici e privati. Ecco qualche specifica proposta. Rafforzare piani di efficienza energetica e di risparmio nell’edilizia, nei consumi durevoli, nella mobilità. Sono interventi che fanno PIL, che migliorano l’ambiente e che a questo prezzo dell’energia, si pagano da soli. Sostenere un ciclo di investimenti dell’energia. Non solo i gassificatori (il primo l’abbiamo fatto noi e l’ha inaugurato lui) ne solo al completamento del piano di produzione elettrica. Ma interventi assolutamente immediati. Ci sono ad esempio alcune centinaia di milioni spendibili per il decommissioning delle centrali nucleari. Questa sarebbe, fra l’altro la vera palestra per la nostra industria nazionale. Mentre si chiacchiera di nucleare non si fa nulla di quel che si dovrebbe fare, anzi si complicano e si rallentano le operazioni. Per inciso è da far notare che quegli stessi che non vogliono i francesi in una compagnia aerea sono pronti a legarsi mani e piedi ad una tecnologia strategica totalmente altrui, inabbordabile per le nostre imprese nazionali, e su una operazione di produzione nucleare che ci dovrebbe garantire (così si dice) il 25% della nostra produzione elettrica. In campi come l’allestimento della rete di telecomunicazione di nuova generazione, in campi come le bonifiche e le reindustrializzazioni di aree a vocazione produttiva, in campi come la casa è possibile saldare immediatamente e saggiamente con risorse pubbliche già disponibili un ciclo di investimenti privati. Pretendiamo inoltre una operazione verità sulle infrastrutture.

Si apre una stagione molto seria anche per la Toscana. Ancora non si conosce l’entità dell’impatto prodotto dalla crisi finanziaria. Ma è logico pensare che sarà pesante. Si sa però che già molte aziende che hanno possibilità di produrre, al momento di andare in banca a chiedere il prestito per allestire la produzione, si sentono dire che non può essere concesso più del 50% dell’importo dell’ordine. E avrà da peggiorare.

Occorre valutare attentamente la realizzabilità di alcune misure come:

1. Valutare la costituzione di un fondo per la partecipazione al capitale di imprese che hanno potenzialità di mercato ma che si trovano in difficoltà di capitale.

2. Valutare la costituzione di un fondo che ci metta in grado di aumentare la percentuale di garanzia alle imprese (dal 50% al 70%?) pretendendo che gli istituti valutino il credito concesso in funzione di queste garanzie e non dei loro rating legati al loro capitale anzichè alla garanzia sul credito concesso.

In questo contesto, comunque, le banche toscane potrebbero dare il loro contributo attraverso le fondazioni. Esse potrebbero temporaneamente rendere disponibile alle loro banche una parte del patrimonio che hanno per garantire a micro, piccole e medie imprese accesso al credito.

3. Valutare la costituzione di un fondo che agisca come l’esperienza fatta sui Bond di Distretto, aperta a tutti gli istituti di credito e tendente a trasformare a medio termine la carenza di liquidità a breve delle imprese.

4. Richiedere il congelamento delle condizioni di Basilea2 che appaiono anacronistiche in questa situazione

5. Pensare uno strumento per il miglioramento delle condizioni creditizie dei cittadini che sia in grado di favorire accordi con le banche toscane per legare il tasso sui mutui almeno al tasso di riferimento della Bce, piuttosto che all’Euribor. Tra l’altro questa proposta di Bini-Smaghi ha ancor più ragione di esistere dopo che la Bce ha adottato un tasso illimitato al 3,75% nel rifinanziamento delle banche. Ciò significherebbe una riduzione di quasi un paio di punti percentuali del tasso variabile sui mutui, quindi un risparmio medio di 2000 euro all’anno.

E’ chiaro che su questo ed altro occorrono delle valutazioni precise, ancorchè rapide.

E’ altrettanto chiaro che dalla Conferenza Programmatica del Partito e dal Consiglio regionale sull’economia dovrà uscire una grande sfida di riposizionamento della Toscana che la metta in grado di decidere, unire, selezionare, accelerare e attuare una “modernizzazione pensata” della Toscana.


Così disse Tremonti (luglio 2003)

Dalla rivalutazione delle case redditi maggiori da spendere

(Repubblica – 16 luglio 2003 pagina 6 sezione: ECONOMIA)

ROMA – La casa che abitiamo, se di nostra proprietà, non può rimanere inerme, ma deve dare un reddito da spendere in consumi, in modo da far ripartire l’ economia. è questa l’ idea del ministro Giulio Tremonti, la grande novità del Dpef 2003. Come dovrebbe avvenire il miracolo? Secondo Tremonti, ci sono due strade. La prima è quella della rinegoziazione del mutuo ipotecario da parte delle giovani coppie, rinegoziazione che beneficerebbe della rivalutazione dell’ immobile e della riduzione della rata conseguente alla diminuzione dei tassi: questa operazione sarebbe finalizzata all’ apertura di «linee di credito al consumo direttamente garantite dal mutuo ipotecario» e a tassi nettamente inferiori (5-6 per cento) a quelli previsti oggi per il credito al consumo (oltre al 10 per cento). L’ idea di Tremonti è particolarmente innovativa, al punto che – siccome oggi la concessione dei mutui è vincolata alla costruzione, all’ acquisto o alla ristrutturazione della casa – comporterà un intervento di modifica della legge bancaria. La seconda strada, consigliata ai proprietari che si trovano «nella fase più avanzata del ciclo vitale», è quella della cessione a un fondo immobiliare o a un fondo pensione della nuda proprietà dell’ immobile in cambio di una rendita. In entrambi i casi, le risorse «liberate» servirebbero dunque, nelle previsioni del ministro dell’ Economia, ad aumentare i consumi (quest’ anno la spesa delle famiglie aumenterà dell’ 1,2 per cento, stima il governo nel Dpef, contro lo 0,4 dell’ anno scorso) e ad allontanare lo spettro della stagnazione. Tremonti, insomma, è convinto che sia possibile «finanziare i consumi – si legge nel Dpef – convertendo in reddito una parte della ricchezza accumulata dalle famiglie attraverso la casa». Chi ha scritto il Dpef, infatti, ritiene che «gran parte della ricchezza delle famiglie è concentrata nel mercato immobiliare» e che «un sostegno ai consumi, fondamentale per il nostro Paese, potrebbe derivare dalla possibilità di convertire in reddito parte di tale ricchezza». A una prima lettura della bozza di Dpef, l’ obiezione degli addetti ai lavori è la seguente: conviene rinegoziare un mutuo, operazione che sommando spese notarili e spese fiscali costa all’ incirca mille euro, per fare fronte all’ acquisto di un televisore o di una lavatrice? E non è chiaro, nel Dpef, se il governo provvederà perlomeno all’ esenzione fiscale o se sarà consentito un credito d’ imposta. Non solo: c’ è un altro rischio. Come sottolinea il presidente della Confedilizia, l’ associazione dei proprietari di casa, Corrado Sforza Fogliani, «il provvedimento è basato sul presupposto che il valore degli immobili non solo non crollerà, ma si consoliderà, e che i tassi continueranno a diminuire. Ma di questo non c’ è alcuna certezza». Per Sforza Fogliani, l’ iniziativa è «una tipica esercitazione di finanza creativa» e, nelle sue previsioni, «difficilmente questi meccanismi funzioneranno». Come dire che pochi tra i proprietari, giovani o anziani, seguiranno i «consigli» di Tremonti. Ironico l’ ex ministro dell’ Industria, Pierluigi Bersani, ds: «Con tutte le cartolarizzazioni di questi anni, Tremonti ha già dimostrato di essere capace di vendere casa per pagarsi la benzina, adesso vuole convincere le famiglie italiane a fare lo stesso. Finite le fatiche del governo, non gli mancherebbero certo le caratteristiche per fare il promotore finanziario porta a porta». – RICCARDO DE GENNARO


IL RISCHIO DI SCARICARE IL RISCHIO

www.lavoce.info – di Angelo Baglioni 10.10.2008

La corsa dei governi europei a garantire i depositi della clientela presso le banche non sembra l’obiettivo giusto: la crisi ha sinora colpito il sistema interbancario. Vi è un problema di aspettative e le banche non si prestano più liquidità. Una situazione molto delicata che apre nuovi scenari. E che potrebbe richiedere anche soluzioni estreme, come l’estensione della garanzia statale ai depositi interbancari.

In questi giorni stiamo assistendo ad una corsa dei governi europei a garantire i depositi della clientela presso le banche. Ha aperto la strada l’Irlanda, seguita dalla Germania, dall’Inghilterra, dall’Italia, dalla Spagna e da altri ancora. Ma è veramente l’obiettivo giusto? Non sembra, per una ragione molto semplice. La crisi di fiducia che ha colpito il sistema bancario mondiale fin dall’agosto del 2007 non ha coinvolto – finora – la clientela. È stata una crisi tutta interna al sistema bancario e finanziario. Fin dal 9 agosto 2007, i tassi d’interesse sul mercato interbancario sono schizzati a livelli molto al di sopra di quelli desiderati dalle banche centrali (al di là delle scadenze brevissime). Cosa ancora più grave, gli scambi si sono rarefatti, rendendo difficile per una banca trovare prestiti da altre banche. In altre parole, sono le banche stesse a non fidarsi più delle altre banche. Il fenomeno è divenuto sempre più acuto, fino agli avvenimenti di questi ultimi giorni, in cui il sistema finanziario sembra bloccato.

I VANI TENTATIVI DELLE BANCHE CENTRALI

Le banche centrali hanno tentato di riattivare il circuito dei prestiti interbancari in vari modi: agendo sul livello dei tassi ufficiali, sulla quantità di prestiti forniti alle banche, sulle modalità tecniche di intervento sul mercato monetario. A distanza di più di un anno dallo scoppio della crisi, sembra che tutti questi tentativi abbiano avuto scarso successo. Perché? Il motivo è che la crisi di fiducia ha la sua radice in un problema di aspettative, che le banche centrali non sono riuscite a risolvere.

Come insegna la teoria economica (1), il mercato dei depositi bancari è soggetto a due equilibri: uno “buono” e uno “cattivo”. In quello buono, ciascun depositante si aspetta che tutti gli altri non ritirino i loro depositi, se non per le loro effettive necessità. In quello cattivo, ciascuno si aspetta che tutti gli altri ritirino i loro depositi, in preda ad una crisi di fiducia: in questo caso è razionale per ciascuno correre a ritirare i soldi dalla banca prima degli altri, e la crisi di fiducia diventa una profezia che si “auto-realizza”. Il mercato interbancario non sfugge a questa legge: se ogni banca si aspetta che le altre non siano disponibili a prestare soldi sul mercato interbancario, si tiene ben strette le sue riserve liquide e non le presta alle altre; così il mercato si blocca. Perché il mercato riprenda a funzionare bisogna che le aspettative si capovolgano, facendo prevalere l’equilibrio buono, quello in cui ogni banca è disposta a prestare denaro perché sa che, in caso di bisogno, non avrà problemi a prenderlo a sua volta a prestito sul mercato.

GARANZIE STATALI CONTRO LA CRISI DI LIQUIDITA’

Come capovolgere le aspettative? Posto che le banche centrali non sembrano in grado di farlo, non resta che tentare una soluzione estrema: dotare i depositi interbancari di una garanzia statale. Questa garanzia potrebbe ripristinare la fiducia delle banche nel mercato interbancario, consentendo a questo di rimettersi in moto (passando dall’equilibrio cattivo a quello buono). Si noti che, se la soluzione funzionasse perfettamente, la garanzia non costerebbe nulla: se grazie alla garanzia nessuna banca incorre in una crisi di liquidità, nessun intervento dell’assicurazione si rende necessario.

Naturalmente la realtà non funziona così bene: è possibile che qualche intervento si renda effettivamente necessario, generando elevati costi per lo Stato. Tuttavia, questa obiezione ha una contro-obiezione. Se non si dà alcuna garanzia ex ante, si aumenta il rischio che la crisi di liquidità si aggravi e porti all’insolvenza di alcune istituzioni, costringendo le autorità ad organizzare ex post un intervento di salvataggio, incorrendo così in costi comunque elevati – forse ancora maggiori (si vedano i numerosi interventi già effettuati sia negli USA sia in Europa).

UN RIMEDIO ESTREMO: ASSICURARE I DEPOSITI

I depositi interbancari sono normalmente esclusi dai sistemi di assicurazione, come previsto dalla Direttiva europea in materia (2), per due motivi. Primo, per un problema di credibilità: se si dovesse rendere necessario un intervento generalizzato dell’assicurazione, sarebbe sostenibile? Se la risposta a questa domanda è negativa, e probabilmente lo è, è chiaro che la garanzia è una promessa “vuota”, e perde in buona parte la sua funzione. Rimane solo la speranza che l’assicurazione sia sostenibile qualora debba intervenire in favore di singole istituzioni in difficoltà, per quanto di dimensioni rilevanti. Secondo, per un problema di moral hazard: facendo affidamento sull’assicurazione, ciascuna banca perde l’incentivo a controllare il rischio di controparte sul mercato interbancario; il mercato perderebbe così una sua importante funzione, quella di imporre una “disciplina” ai partecipanti.

Queste motivazioni sono sicuramente fondate e rendono opportuno, in tempi normali, escludere i depositi interbancari dai sistemi di assicurazione. Tuttavia, vale la pena di riflettere sulla opportunità di derogare a questa regola generale in circostanze eccezionali, come quelle che stiamo vivendo.


UN’OPPORTUNITA’ PER L’EUROPA

www.lavoce.info – di Luigi Guiso e Marco Pagano 10.10.2008

Anche se il provvedimento varato dal governo italiano per la ricapitalizzazione delle banche è largamente condivisibile, resta sul tappeto il problema dell’eventuale salvataggio delle grandi banche transnazionali europee. Che hanno un ruolo chiave sia nell’integrazione dei mercati finanziari europei che nella loro stabilità sistemica. La Bce ha affrontato bene uno dei due aspetti della crisi, il problema di liquidità. In Europa manca però una istituzione che possa mettere in atto una risposta organica. Così dopo il fallimento dell’Ecofin, i paesi membri procedono in ordine sparso. Ma la definizione di regole condivise è questione non più eludibile.

Negli ultimi due mesi la crisi finanziaria è entrata in una nuova fase, molto più critica, che mette alla prova la stabilità di sistema dei mercati creditizi in tutto il mondo. Una tra le più importanti banche di investimento degli Stati Uniti, Lehman Brothers è fallita, mentre Goldman Sachs e Morgan Stanley si sono trasformate in banche commerciali, per mettersi sotto l’ombrello protettivo della Fed. Due delle più grandi compagnie di assicurazione del mondo, Aig negli Stati Uniti e Fortis in Europa, sono state nazionalizzate. Il Fondo monetario internazionale stima per il momento in 1400 miliardi di dollari la somma totale delle perdite su mutui ipotecari, prestiti per immobili commerciali, credito al consumo e alle imprese, e sui titoli legati a tutti questi prestiti. E ormai non passa un giorno senza che un governo europeo annunci il salvataggio o la nazionalizzazione di una banca.

CRISI DI LIQUIDITÀ E DI SOLVIBILITÀ

Inizialmente la reazione delle autorità di politica economica alla crisi, dall’estate 2007 alla primavera 2008, si è basata sull’idea che questa fosse essenzialmente una crisi di liquidità. Ma ormai è evidente a tutti che alla radice della crisi c’è un grave problema di solvibilità, e non solo una carenza di liquidità. L’attuale ondata di salvataggi di banche europee ha messo in luce che il problema della solvibilità riguarda in pari misura entrambe le sponde dell’Atlantico. Ciò non toglie nulla al ruolo vitale delle banche centrali quali fornitrici di liquidità: poiché il mercato monetario è congelato, le banche centrali sono tornate a essere “il prestatore di unica istanza”, come titolava il Financial Times in questi giorni. Ma è chiaro che le banche centrali non possono affrontare il problema da sole. Anzi, c’è il pericolo che inondando il mercato di liquidità si conceda alle banche insolventi di prolungare la propria attività, oltre a salvare quelle solvibili dalla carenza di liquidità.

Per affrontare seriamente la crisi di solvibilità devono intervenire i governi, e infatti stanno intervenendo: Senato e Congresso degli Stati Uniti hanno approvato il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari proposto dall’amministrazione Bush; i governi europei hanno iniziato ad andare in soccorso di banche e compagnie assicurative. Anche se il piano Usa non è ancora del tutto definito, e rimangono incertezze di primaria importanza sulla identificazione dei prezzi da pagare per ricomprare dalle banche prestiti e attività problematiche (se troppo bassi non si riuscirà a risolvere il problema delle liquidazioni di prestiti e obbligazioni a prezzi stracciati; se troppi alti si rischia di far sopravvivere banche insolventi a spese dei contribuenti) il piano ha un grande vantaggio: è un tentativo non-episodico e strutturato per affrontare il problema della solvibilità delle istituzioni finanziarie.

E IN EUROPA?

Sfortunatamente, dall’Europa non arriva una risposta altrettanto organica: la Bce si è dimostrata capace di affrontare rapidamente ed efficacemente un aspetto della crisi, quello della liquidità, e i governi nazionali stanno facendo del proprio meglio per predisporre piani di ricapitalizzazione delle banche nazionali, ma con modalità diverse da paese a paese. Va dato atto al governo italiano di aver annunciato un piano le cui linee guida appaiono ben congegnate, in particolare su tre fronti: 1) gli interventi avverranno con la sottoscrizione di azioni privilegiate senza diritto di voto, rassicurando sul punto che lo scopo, come ha pubblicamente annunciato il ministro del Tesoro, è quello di fornire capitale alle banche, senza interferire con la loro gestione; 2) gli eventuali interventi di ricapitalizzazione delle banche da parte dello Stato avranno natura temporanea; 3) le decisioni sugli interventi saranno affidate alla Banca d’Italia, che ha la competenza che serve per evitare che si sprechino soldi dei contribuenti in salvataggi di banche insolvibili e l’indipendenza necessaria per evitare che gli appetiti della politica traggano vantaggio dalla temporanea debolezza delle banche solvibili. A essa andrebbe affidato in via esclusiva anche il compito di decidere, qualora necessario, cambi di management di banche da salvare. Questi aspetti, congiuntamente, offrono una certa garanzia che la gestione della crisi non rappresenti una occasione per riportare le banche italiane sotto il controllo statale.

Resta però il fatto che in Europa non c’è nessuna istituzione che possa mettere in atto un programma di salvataggio globale come quello varato negli Stati Uniti. I governi nazionali non possono fare di meglio che affrontare la crisi a livello nazionale, mentre la sua portata supera di gran lunga i loro confini. Il problema emerge ovviamente nel caso delle grandi banche che hanno importanti attività transfrontaliere. Lo si è visto bene nel caso del salvataggio del gruppo bancario-assicurativo belga-olandese Fortis, proprietario dell’importante banca olandese Abn-Amro. In un primo tempo, i governi di Olanda, Belgio e Lussemburgo avevano concordato di acquistare ciascuno il 49 per cento della filiale della banca nel proprio paese. Poi però il governo olandese ha deciso di stracciare l’accordo e acquisire tutte le operazioni di Fortis in Olanda, nazionalizzando così la parte olandese della società. Il Lussemburgo ha deciso di fare altrettanto per la parte entro i suoi confini nazionali, mentre il Belgio è andato avanti con l’acquisto del 49 per cento della controllata belga. Il gruppo Fortis è stato così diviso a forza, lungo le linee dei confini nazionali, da piani diversi e separati di salvataggio dei tre governi.

Un altro esempio è stata la decisione di procedere all’estensione delle garanzie pubbliche sui depositi: su questo fronte, l’Irlanda ha inopinatamente varato per prima un provvedimento di garanzia dell’intero ammontare dei depositi bancari, con effetti potenzialmente destabilizzanti per gli altri paesi europei, che a questo punto si sono affrettati a seguire l’esempio irlandese, procedendo in ordine sparso.

Tutto ciò evidenzia come i governi europei siano stati finora incapaci di offrire una risposta coordinata al problema della solvibilità. Nonostante la promesse di un maggiore coordinamento in futuro, resta il fatto che l’Europa non ha un’istituzione unica, capace di assicurare la ricapitalizzazione delle grandi banche che operano in più paesi europei e che si trovino a fronteggiare serie difficoltà. Finora per fortuna nessuna di queste banche ha avuto bisogno di essere ricapitalizzata con soldi pubblici. Ma se dovesse accadere, i limiti della risposta europea diverrebbero tragicamente evidenti, e la tragedia potrebbe essere dietro l’angolo.

Tuttavia, la crisi potrebbe costringere i governi a riconoscere che la struttura europea, in questo suo attuale stadio incompleto, è in una situazione potenzialmente instabile. Abbiamo creato un’area monetaria unificata e un mercato finanziario integrato, nel quale le operazioni dei principali attori ovviamente trascendono i confini nazionali. Non abbiamo però completato la costruzione con i suoi naturali contrappesi: un’autorità di vigilanza europea per sorvegliare i rischi assunti da operatori così importanti; un sistema di assicurazione dei depositi omogeneo; una procedura di decisione rapida per affrontare l’eventuale insolvenza di una grande banca, capace di minacciare la stabilità dei mercati finanziari europei, e delle regole condivise per suddividere tra gli Stati il peso del suo salvataggio.

Costruire queste regole non è compito facile. Il loro disegno avrà importanti implicazioni sugli incentivi dei manager bancari e dei regolatori, così come dei contribuenti. Tuttavia, per quanto spinoso, il problema non può più essere eluso. Per l’Europa la lezione più importante della crisi è questa: rimanere fermi dove siamo, in mezzo al guado, è molto pericoloso. Ma proprio perché la situazione attuale mette concretamente a rischio il sistema bancario europeo, può essere l’occasione per garantire all’Europa una integrazione finanziaria fondata su basi molto più solide di quelle attuali. Ma si comprenderà in tempo la lezione?




About Vittorio Bugli

Assessore alla Presidenza della Regione Toscana

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One Response to Crisi Finanziaria: non sottovarne la possibile portata!

  1. M. Niccolai 12 ottobre 2008 at 19:48 #

    Il tuo intervento è molto ricco di dati e di sollecitazioni interessanti.
    La crisi finanziaria è molto seria ma credo che l’unico elemento positivo di questo momento sia quello di aver messo definitivamente in crisi l’ideologia liberista americana (perchè negli ultimi anni più che un’idea aveva assunto la forza di un dogma!): massima libertà di mercato e, soprattutto, nel mercato.
    Ma se ben si guarda anche ad un’altra esperienza liberista, quella della Gran Bretagna al tempo della Thacher, si vede che il mercato ha sempre bisogno di regole chiare e di un forte controllo sul rispetto di esse.
    Proprio nella Gran Bretagna della Thacher nacquero le Autorithy (indipendenti dal governo) tanto osannate anche nel nostro Paese, per evitare distorsioni, monopoli e “bolle”.

    Di fronte ai mercati finanziari, si vede quindi la debolezza di una politica, come quella repubblicana, che ha trascurato pilatescamente questo aspetto essenziale per ogni sistema di mercato.
    Ma si vede anche la debolezza dell’Europa, che stenta a superare le gelosie nazionali e non riesce a fronteggiare adeguatamente questi fenomeni con misure e sistemi adeguati.

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